A volte tutto ciò che il buonsenso ci indica come ovvio è oggetto di discussioni e di rivendicazioni. Il referendum proposto dal governo Meloni in materia di giustizia e di ordinamento giudiziario appare come una cosa di normale buonsenso. Che un giudice sia effettivamente terzo, indipendente, imparziale dinnanzi alle parti che espongono le proprie argomentazioni anche ad un bambino sembrerebbe una lapalissiana verità. E invece per alcuni non é cosi. Oggi in Italia il giudice e il pubblico ministero appartengono alla medesima squadra. In gergo calcistico si direbbe che indossano la stessa maglietta. Il referendum si propone di cambiare questa situazione, intervenendo anche sulla regolamentazione del Consiglio superiore della magistratura, un organismo che oggi raggruppa sia i giudici sia i pubblici ministeri, con tutte le contiguità e le complicità che é lecito immaginare e che oggi é ostaggio delle logiche correntizie e della partitocrazia peggiore. Ma anche questo elemento non sembra essere sufficiente. La politicizzazione del quesito ne ha sporcato la ratio, spostando l’attenzione sull’elemento politico, su chi ha proposto i quesiti al fine di migliorare il funzionamento del servizio imprescindibile della giustizia. Un’occasione imperdibile per il centrosinistra che vorrebbe utilizzare il voto referendario per dare una spallata al governo di Giorgia Meloni e per difendere il ruolo politico della magistratura che, in buona parte, ad essa si ispira per cultura e vicinanza politica. E sembra che nemmeno il fatto che in tutte le democrazie liberali compiute la separazione delle carriere sia un dato di fatto riesca a convincere i sostenitori del No. Alla fine della fiera, il voto politico, di apparato, il voto emozionale prevarrà e il referendum finirà purtroppo per essere un sondaggio politico sul governo di centrodestra, sul Premier. Le ragioni dell’odio e della paura immotivata avranno la meglio sulla ragionevolezza e su una norma che cerca di ristabilire la parità tra accusa e difesa dinnanzi ad un giudice libero da appartenenze e condizionamenti. La civiltà del diritto potrebbe avere la peggio, in favore del livore partitico e della faziosità settaria. Il rischio c’è ma é bene non perdere la fiducia e la speranza.


















